Il carcere

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C'era una volta Portolongone.

Sul carcere ci sarebbero da dire migliaia di cose. Su Porto Azzurro, milioni. Cercheremo di scrivere in queste pagine soltanto alcune curiosità, sforzandoci, per una volta, di non giudicare le persone che stanno all'interno per espiare una pena. Ricordiamoci anche un articolo della nostra costituzione : "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

Una stretta insenatura di mare bellissimo, un porticciolo racchiuso da un paesino da cartolina mediterranea, ed un grande edificio tagliato nel verde che sovrasta il paese. Queste sono le prime impressioni che si hanno quando si arriva con il traghetto a Porto Azzurro. Non c'è bisogno nemmeno di chiedere cosa è quel grande edificio, è il carcere, l'ergastolo per molti. Già dal traghetto, si può notare gli ultimi detenuti che scendono sotto scorta ed in catene, dando l'ultimo sguardo verso il continente, al di là del mare. Sanno benissimo che il carcere di Porto Azzurro ha una sua storia, una lunga storia di carcere durissimo e di impossibili evasioni. Una volta, all'ingresso della prima porta della fortezza, vi era scritto "Perdete ogni speranza o voi che entrate". Questo la diceva lunga sul modo di essere e di stare dentro un carcere come questo. Fino alla seconda metà degli anni ottanta, quindi prima della legge Gozzini, questo carcere purtroppo era tristemente rinomato perchè ospitava i peggiori delinquenti che l'Italia potesse avere. Ricordiamo che in quegli anni, le lotte armate, le lotte politiche e le bande che andavano a rapinare banche o uffici postali, erano molte. Nella foto, La banda Cavallero e Rovoletto. Una volta catturati, alcune bande continuavano a dettar legge anche dentro il carcere, omicidi, rivolte, sequestri, non passava giorno che il telegiornale non desse notizie del genere. Non a Porto Azzurro però. Il carcere conteneva la peggiore delinquenza del paese, e di rado a Porto Azzurro, si sentiva dire di qualche piccola sommossa subito placata. Oltre alla durezza dei mezzi, il carcere di Porto Azzurro poteva vantare anche di eccellenti timonieri, direttori e comandanti che hanno fatto storia e hanno fatto in modo che Porto Azzurro non fosse un carcere cosiddetto "duro", ma un carcere modello, un modello che tutta l'Italia ne andava fiera. Il fiore all'occhiello della Amministrazione Penitenziaria, questo è quello che ogni parlamentare, in quel periodo, andava dicendo. La possibilità di dare lavoro alla maggior parte dei detenuti presenti, facilitava il lavoro degli addetti alla sorveglianza, cosicchè, il detenuto, alla fine del mese, poteva mandare a casa qualche piccolo risparmio che ai tempi non guastava certo. Il vecchio edificio detto "Reclusione o Rissa", visibile dalla nave che arriva da Piombino, è stato riservato alle attività di lavoro del condannato: tessitori, calzettai, falegnami, calzolai, sarti, muratori, fabbri, idraulico, elettricista, motorista, carrozziere, giardiniere, cucinieri, scrivani, spesini (addetti alla spesa), queste sono solo alcuni dei tipi di lavoro che i detenuti possono svolgere. Senza contare tutto lo staff de "La Grande Promessa", il primo giornale in Italia redatto e stampato interamente dai detenuti, che comprende, redattori, tipografi, rilegatori, impaginatori. Questa rivista è possibile acquistarla presso la direzione del carcere tramite abbonamento, tel. 0565/957883, ufficio ragioneria. Presto la rivista sarà anche on-line al sito www.lagrandepromessa.it  In media, un detenuto, può guadagnare dalle 600.000 al milione mensile. Esiste infine una categoria dei cosiddetti lavoranti in proprio, i quali nella propria cella svolgono piccoli lavori producendo maglierie, scialli, pitture, sculture ed oggetti ornamentali, oltre ai classici modellini di navi racchiuse dentro una bottiglia. Una volta, fino al 1995, questo materiale veniva esposto in un locale antistante al carcere, dove i visitatori potevano acquistare la merce. Quanto alle attività ricreative, che anche loro contribuiscono al buon andamento del carcere, Porto Azzurro "offre" ai reclusi, un campo da calcio, 2 campi da bocce, ping-pong, calcio-balilla, giochi da tavolo(dama, scacchi, carte), una sala cinema, una sala teatro, una sala musica, una palestra, una campo pallavolo e/o tennis. Oltre a questo, il carcere offre anche una scuola elementare, media, liceo e università. Ogni cella, è provvista di letto, armadio, tavolo con sedia, televisore a colori (primo carcere in Italia), cucina e bagno separati. In alcuni reparti, la camera è principalmente abitata da una sola persona, in casi particolari, viene coabitata da due persone. Il servizio sanitario del carcere è uno dei migliori per il primo soccorso:  medicina generale, radiologia, odontoiatria, oculistica. Il tutto assistito da un dirigente sanitario e altri medici che intervallano il lavoro con l'ospedale di Portoferraio.   Il servizio religioso è disimpegnato dal cappellano, Don Giovanni Vavassori, dove ogni domenica e festivi, tiene Messa ai detenuti presso la Chiesa San Giacomo Maggiore. Attualmente, la popolazione detenuta, ospita circa 400 detenuti per reati che vanno dai 3 anni sino all'ergastolo (fine pena MAI). Circa 30 di questi sono in regime di semilibertà, che consiste in un regime di parziale detenzione svolgendo attività lavorative all'esterno del carcere. Circa il 25-30 % dei detenuti, fruisce di permessi premio (45 giorni ogni anno) concessi dal Magistrato di sorveglianza, in base alla pena già scontata (un quarto) ed in base e soprattutto, alla condotta tenuta all'interno del carcere. Ai fini di un rapido ed efficace inserimento nella società, è concesso ai detenuti di buona condotta, anche la liberazione anticipata che consiste nella detrazione di 90 giorni per ogni anno di pena. Il personale di Polizia, è costituito da circa 170 uomini e 10 donne. Fanno parte della struttura, un direttore, una vice-direttrice, 2 ragionieri, 2 educatori, 2 consollisti, vari coadiutori e altri operai. 

La storia.

Il Forte di Longone venne costruito nel 1602 da Filippo III di Spagna in guerra con i Francesi. Nel 1873 il destino del Forte cambiò.  Questo per volere della amministrazione comunale, poichè nel decennio 1880 - 1890, la comunità di Portolongone si trovò stretta in una morsa di una crisi economica acutissima. L'allora sindaco Domenico D'Apollo, concepì l'idea di proporre al Ministero dell'Interno la trasformazione e l'ampliamento della fortezza in un penitenziario. Nella realizzazione del progetto, il sondaco ravvisava una fonte di benessere e di prosperità anche per le finanze comunali, sia perchè un aumento di reclusi avrebbe portato un notevole consumo di generi sottoposti a dazio, sia per i vantaggi derivati dalla presenza di funzionari, militari, e addetti al penitenziario. Ci furono parecchie trattative in merito soprattutto per quanto riguarda la Chiesa di San Giacomo situata all'interno della struttura. Soltanto il 4 novembre 1890, grazie all'intervento di Giuseppe Cerboni, si raggiunse l'accordo, e da lì nacque e divenne uno dei più famosi penitenziari, la triste Cayenna del Mediterraneo. Per gli uomini in catene che scendevano a quei tempi da piccole imbarcazioni, il destino era duramente segnato: 20, 30 anni o addirittura l'ergastolo, fine pena MAI, in quel tempo, difficile resistere anche fisicamente. Nel 1946, dopo la rinascita della democrazia, Portolongone cercò il riscatto nella bellezza del sio mare e si chiamò, come oggi, Porto Azzurro. Il carcere come tutto il sistema carcerario, cercò lentamente di cambiare e dare dei segni umani sia dentro che fuori delle mura. Soltanto negli anni 60 si videro miglioramenti in funzione della rieducazione del condannato. Migliorava di conseguenza la vita dei detenuti e degli Agenti di Custodia. Chiusero diversi reparti, uno in particolare, si chiamava "La rissa" dove il nome dice tutto. Non vi erano solo celle vuote, senza finestre e senza possibilità di "passeggio all'aria". In compenso, nel centro della cella, vi era "disegnato" un orologio. I bagni non esistevano, vi erano i cosidetti buglioli, dove i detenuti stessi erano preposti allo svuotamento. Ancora oggi si possono vedere gli occhielli in ferro dove alcuni detenuti venivano legati. Ultimamente, durante alcuni lavori di ristrutturazione, è venuta alla luce una galleria sotterranea che collega vari punti della cittadella. Nell'estate del 2000, all'interno di questa galleria, sono stati esposte le opere di Filipe Dominguez sotto la supervisione di Vittorio Sgarbi e vari coreografi di Mediaset. La mostra era aperta a tutti.  

Agosto 1987, la rivolta ... e la svolta. ( di Roberto Guglielmi)

Alcuni episodi di questo racconto non sono mai apparsi su giornali, ma sono ugualmente cose realmente successe.

Una pagina che ha segnato il cammino del carcere, fù scritta nel agosto del 1987, ore 10:30, dove 6 detenuti, con a capo Mario Tuti esponente di spicco del terrorismo nero, tentano l'evasione dal carcere armati di 2 pistole, 4 coltelli, bombe rudimentali. Ubaldo Mario Rossi, Mario Marrocu, Gaetano Manca, Mario Cappai, Mario Tolu, erano gli altri rivoltosi. Sequestrando a più riprese vari agenti, riuscirono anche a sequestrare il Direttore ed il Comandante, che in quel momento stavano tenendo udienze all'interno del carcere. Cercando la prima via di fuga tramite una auto blindata che solo il comandante poteva guidare, decisero di barricarsi presso l'infermeria del carcere insieme a 30 ostaggi ( di cui una donna) poichè l'aspettativa risultò vana. Non a caso scelsero l'infermeria, essendo un locale privo momentaneamente di detenuti e posto all'ultimo piano di un particolare reparto. Irremovibili e decisi a ammazzare gli ostaggi, chiesero un elicottero con il quale tentare la fuga dal carcere stesso, portando con se solo pochi ostaggi. Affermano che qualunque prova di forza dall'esterno, sarebbe stata fatale per tutti, compresi gli agenti-ostaggi che si ritrovarono appesi alle grate delle finestre cosparsi di alcool e benzina. Più volte ribadirono di essere disposti a tutto, anche a morire pur di ottenere la libertà. Alle 12:30, arrivano i gruppi speciali dei carabinieri e della polizia. Alle 13, il carcere era ormai una bomba pronta ad esplodere da un momento all'altro. Schizzo, così veniva soprannominato uno dei reparti speciali, il quale aveva l'abilità di salire sul campanile della Chiesa in pochi secondi e a mani libere. Nel mentre, la madre del Tuti telefonò in carcere chiedendo al figlio di arrendersi. Durante questo colloquio, il Tuti sparò al Direttore fortunatamente non colpendolo. All'esterno, visto il degenerarsi della situazione, si formò ... un partito: quello dell'elicottero, sostenitori nel cedere alle richieste dei rivoltosi, salvando i rimanenti ostaggi. Altri, sostenevano un intervento duro ed immediato, ponendo termine alla situazione a qualsiasi costo. Promotore di una sorta di sottoscrizione, fu il sindaco. Nel frattempo, i reparti speciali, grazie ad alcuni suggerimenti, pianificarono il loro tentativo di irruzione all'interno dell'infermeria. Il tutto sarebbe durato circa 40 secondi. Numero possibile di vite umane perse, oltre ai detenuti, 5. Avrebbero attaccato sia dall'alto con l'elicottero, sia dalle grate laterali, con bombe ed accecanti vari. Quattro cecchini erano appostati giorno e notte sul tetto della Chiesa che dista circa 100 metri dall'infermeria. Sarebbero entrati solo se il Tuti e gli altri, avrebbero per primi ucciso un ostaggio. Grazie al Ministro Nicolò Amato, secondo me il migliore, si cercò di guadagnar tempo affinchè si placasse e attenuasse il fanatismo che si avverte nei primi momenti. I primi pensieri in quella situazione vennero a pochi anni prima, nel 1974 ad Alessandria, stessa situazione. Dopo l'incursione dei nuclei speciali all'interno del carcere, rimasero uccise 6 persone ed i due rivoltosi. Una strage. Facendo leva sul senso dell'onore e della lealtà dei detenuti, Nicolò Amato riuscì ad avere ragione su una battaglia difficile senza usare forza e senza cedere al ricatto. La tragica conclusione della rivolta avrebbe certamente riportato il sistema carcerario indietro di anni, ai vecchi principi di chiusura repressione afflittività, con il definitivo affossamento delle riforme e il notevole peggioramento delle condizioni di vita dei reclusi. Difficile anche per i rivoltosi trovare un carcere dove potessero espiare la rimanente pena passando inosservati dagli altri detenuti. Il primo settembre 1987, alle ore 11, le campane del paese iniziarono a suonare a festa. La rivolta era finita e soprattutto senza ne vinti ne vincitori. 

Tutt'oggi rimane ancora da scoprire come siano entrate le pistole dentro il carcere, anche se in passato qualche sospetto c'è stato. C'è da dire che in quel periodo la popolazione detenuta era di 580 unità, di molto superiore alla capienza massima che è di 300 detenuti. Rimane senz'altro una esperienza particolare per tutti quelli che l' hanno vissuta, dagli operatori penitenziari alla cittadinanza stessa. Rimane anche l'amicizia legata con alcuni dei gruppi speciali che in quel periodo erano pronti a rischiare la loro vita per gli altri. Anche per l'unica donna in ostaggio l'esperienza rimarrà segnata. Si chiamava Rossella Giazzi, psicologa del carcere di eccellente aspetto. Il Tuti consegnò a lei la foto dei figli dicendole: finchè avrai questa foto, nessuno ti toccherà con un dito. Ricordo, come ultimo episodio, l'intervista ad un alto ufficiale dei Carabinieri, che commentò a caldo la situazione con le seguenti parole: "Ad Alessandria ha prevalso la forza, a Porto Azzurro, la ragione". 

 

Elenco dei Direttori del carcere dal 1951, anno in cui è nato il giornale "La Grande Promessa", l'unico ad essere realizzato per intero dai detenuti.

A. Marano Luglio 1951  Settembre 1952
Leo De Santis Ottobre 1952 Giugno 1958

Egidio Pozzi

Luglio 1958

Agosto 1967

Fausto Winkler

Settembre 1967

Settembre 1970

Raffaele Ciccotti

Ottobre 1970

Gennaio 1982

Francesco Pagliara

Febbraio 1982

Maggio 1983

Cosimo Giordano

Giugno 1983

Gennaio 1988

Domenico Nucci

Febbraio 1988

Gennaio 1999

Pierpaolo D'Andria

Febbraio 1999

 

 
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